L’infrarosso digitale
mer ,14/07/2010Come da mia promessa, vi posto le mie foto e qualche nota sull’infrarosso.
Le radiazioni elettromagnetiche costituiscono una grande famiglia comprendente forme di energia che siamo abituati a considerare molto diverse tra di loro (calore, onde radio…). Esse sono caratterizzate da una propagazione “pulsante” che ha fatto sì che si parlasse di onde e, conseguentemente, di lunghezze d’onda. In particolare la luce visibile è costituita da emissioni con una lunghezza d’onda compresa tra i 400 e i 750 nm (nanometri, miliardesimi di metro).
Tra questi due valori sono comprese le emissioni luminose generate dal viola fino al rosso, attraverso tutti gli altri colori (blu, ciano, verde, giallo, arancio…). Al di là del viola abbiamo l’ultravioletto, mentre al di là del rosso abbiamo l’infrarosso; in ogni caso il nostro occhio non è in grado di vedere nulla partendo proprio da queste due zone di radiazioni. Tuttavia i CCD possono registrare emissioni fino a circa 1200 millimicron (l’infrarosso si estende da circa 700 a 15.000 millimicron).
La luce infrarossa presenta caratteristiche molto peculiari che la rendono adatta ad applicazioni scientifiche e, volendo, creative. E’ in grado di penetrare la foschia e le nebbia leggera in misura maggiore rispetto alla luce visibile; viene riflessa dagli oggetti in un modo diverso da quello che siamo abituati a riconoscere; ai limiti della sua zona di lunghezza d’onda possiede caratteristiche calorifiche (il che vuol dire che, a questo punto, calore e luce sono molto simili).
I raggi del sole sono molto ricchi di radiazioni infrarosse (particolarmente se non filtrati da nubi o spessi strati di atmosfera, come accade nelle belle giornate estive).
La “luce” infrarossa viene quasi interamente assorbita dalle superfici di acqua e dal cielo che risulteranno quindi praticamente neri mentre è intensamente riflessa da alcune sostanze di origine organica (come la clorofilla contenuta nelle foglie). Lo stesso verde quindi potrà risultare estremamente denso se derivante da un pigmento chimico o estremamente luminoso se appartenente a fogliame. Due piante apparentemente verdi allo stesso modo diverranno, in fotografia, molto diverse se le loro foglie conterranno differenti quantitativi di clorofilla (a seconda dello stato di salute, ad esempio). Dato che le radiazioni calorifiche emettono un certo quantitativo di luce infrarossa è possibile procedere alla rilevazione fotografica di fonti di calore anche al buio. Si usano quindi i filtri che permettono di cambiare il contrasto e l’effetto dei colori che verranno comunque alterati. L’effetto sarà tanto più visibile quando le riprese verranno effettuate in ambiente esterno e comprenderanno soggetti naturali (legno, acqua, vegetazione, cielo) che riflettono l’infrarosso in modo più differenziato di quanto accada con la luce visibile, producendo risultati di colore imprevedibili.
A differenza delle macchine analogiche, che avevano bisogno di una pellicola particolare, per le reflex digitali, non tutti i sensori sono sensibili ai raggi infrarossi. Infatti per le Nikon, a parte le macchine opportunamente modificate, soltanto la D70, tramite un apposito filtro (P007 Infrared 89B della Cokin) si riesce ad operare in tale senso.
Le foto che vengono fuori hanno una forte dominante rossa e devono essere elaborate in post produzione ed essere trasformate in bianconero.
I risultati che vengono fuori sono estremamente “onirici” e creativi.
Le prime 4 foto le ho fatte in un bosco, le altre in un parco a Campobasso.
Sperando di essere stato chiaro e di essere stato utile a farvi conoscere questa affascinante tecnica fotografica, fatemi sapere cosa ne pensate.
Grazie.
Saluti.


















